pubblicata in data 25/11/2005 sul sito Hate TV - Underground Music Magazine
tenia
pareti di lana
di luca
2005 - Autoprodotto
Tracklist:
1. Ancora sotto vetro
2. Polistirolo
3. Dossi Artificiali
Diciamo la verità. Mettiamo da parte ogni pudore e ammettiamolo. Chi, dopo la
consueta perlustrazione serale del web in cerca di materiale informativo sul
miracolo della procreazione assistita (da regista, cameramen, fotografi, e
tecnico delle luci), non è mai stato colto da compulsivo desiderio di fiondarsi
tra le viscere metalliche del frigorifero Zoppas di famiglia, ravanarci dentro
un po' per poi cacciarsi in bocca un bisteccone crudo di manzo da un chilo e
mezzo? E' quello che devono aver fatto i Tenia poco prima di metter su la band,
idea probabilmente partorita nella sala d'aspetto dell'ambulatorio di un non
meglio precisato policlinico (non citato nella biografia ufficiale della band).
Da qui il moniker del gruppo, che dietro l'immagine di un carismatico verme
mascalzone, intento ad andarsene a zonzo per le vostre budella a farsi
scorpacciate di caponata che la vostra mammina ha preparato per pranzo, nasconde
cinque ragazzuoli che, a detta loro, si pettinano tutti allo stesso modo e
trascorrono le serate suonando piuttosto che stare sui libri a studiare e dunque
coltivare un avvenire serio.
Ehi amico, basta con le stronzate: la recensione?
Bene bene. Inserito il lucente compact disc immaginario (in realtà sono tre
file mp3 scaricati dalla homepage del gruppo) nel mio impianto dolby sorround
5.1 immaginario (in realtà è la radio del Mulino Bianco), mi accolgono le
chitarre di Ancora sotto vetro intente a divertirsi sin dalle prime
battute, botte di wah wah e microscopici assoli frammentati e disseminati qua e
la si incastrano alla sezione ritmica, scaldano un'atmosfera decisamente
seventies. Mi vengono in mente gli epici inseguimenti tra capelloni a bordo
della Giulietta e il 128 Sport tra i viali della zona industriale di Bresso
(esiste?). Ron Jeremy mi strizza l'occhio e si strizza l'attrezzatura. La
gloriosa filmografia hard d'oltreoceano degli anni 70 ma con un pizzico della
cupa inquietudine del Mario Salieri di “Concetta Licata parte II” (e chi non
sa di cosa parlo peste lo colga). Suona bene. Piace. Finchè non mi accorgo
della presenza del Cristiano Godano di turno che leggiucchia enfaticamente le
poesie dal diario Smemoranda della sorellina liceale (cosa che credo anche il
Godano originale abbia sempre fatto), trasformando il tutto in qualcosa di
riassumibile sotto la denominazione meno felice di “Rock italiano”. Via 128
Sport e Ron Jeremy a calci in culo e non resta che “Il Vile” dei Marlene
Kuntz. Polistirolo riecheggia vagamente (se escludiamo la voce) Justin
Trosper e i suoi cari vecchi e defunti Unwound: basso sulle frequenze vocali
della buonanima di Sandro Ciotti, batteria spigolosa e raffiche di note in
rapida successione come fossero pop corn e patatine trangugiate alla festa di
compleanno di mio cugino. Cambi ritmici repentini e inaspettati. Si passa dalla
matematica al rock più istintivo e sbracato e rumoroso. Si chiude in bellezza
con la noiseggiante Dossi artificiali che contrappone accordi
sgangherati dal retrogusto sonicyouthiano, soli dalla precisione chirurgica e
linea vocale al vetriolo da cui cito un estratto: “risolvi sempre uguale,
risolvi sempre uguale, risolvi sempre uguale, risolvi sempre uguale”.
Ed ora l'immancabile e severo commento finale
Un disco in cui le chitarre cantano e fanno da padrone indiscusse, accompagnate
da una sezione ritmica vigorosa ma disturbate da un cantato che sa di patetico,
e di cui, tutto sommato, non si sentirebbe la mancanza.







